Referendum taglio dei parlamentari

Il referendum sul taglio dei parlamentari si farà. È stato raggiunto, infatti, il quorum dei senatori necessario per dare il là all’istituzione della consultazione popolare: un quinto del totale, e cioè 64 senatori. Le firme, dopo essere state custodite a Palazzo Madama, sono state inviate in Cassazione. Ciò vuol dire che l’iter relativo all’entrata in vigore della legge è destinato ad arrestarsi. La raccolta delle sottoscrizioni è stata avviata dalla Fondazione Einaudi, rappresentata dal presidente Giuseppe Benedetto e dal vice presidente Davide Giacalone. Il primo senatore a firmare è stato Andrea Cangini, di Forza Italia.

Chi ha firmato

Proprio il partito di Silvio Berlusconi è stato il più attivo in tal senso: sono ben 41 i senatori forzisti che hanno firmato per il referendum sul taglio dei parlamentari. Oltre a Cangini, spiccano i nomi di Renato Schifani e di Maurizio Gasparri. Per il Movimento 5 Stelle sono arrivate 3 firme, da Maricotti, Di Marzio e Giarrusso, mentre dalla Lega le sottoscrizioni giunte sono appena 2, per altro dei fuoriusciti stellati Francesco Urraro e Ugo Grassi. Ancora, si segnalano i 7 senatori del Partito Democratico (tra i quali Tommaso Nannicini) e i 2 di Italia Viva. Ben 9 i senatori del Gruppo Misto che hanno fornito la propria sottoscrizione, tra cui molti fuoriusciti del Movimento 5 Stelle (inclusi Paola Nugnes e Gregorio De Falco) e soprattutto Emma Bonino. Infine, si segnala la firma del senatore a vita Carlo Rubbia.

Che cosa succede ora

In teoria la legge per il taglio dei parlamentari sarebbe dovuta entrare in vigore all’inizio del prossimo anno, ma ora la situazione cambia: tutto è sospeso, infatti, a causa della richiesta presentata dai senatori. A meno che non vengano rilevati problemi dalla Cassazione, dunque, il referendum si svolgerà di sicuro. Due sono, di fatto, le ragioni che hanno indotto molti senatori a contestare la legge: da un lato la riduzione della rappresentanza degli elettori correlata al drastico taglio del numero dei parlamentari; dall’altro lato la certezza che, con un minor numero di senatori, molti di coloro che oggi siedono a Palazzo Madama non sarebbero rieletti. Ragioni istituzionali, politiche e “di poltrona”, dunque, si sono intersecate.

L’iter delle riforme costituzionali

La richiesta di referendum è stata possibile in virtù del particolare iter parlamentare che contraddistingue le riforme costituzionali. La normativa di riferimento, infatti, prevede che quando una riforma non viene approvata nel voto finale con una maggioranza di due terzi sia alla Camera che al Senato è possibile far sì che essa venga sottoposta a un referendum se, nei tre mesi successivi, viene presentata una richiesta in tal senso.

La richiesta del referendum sul taglio dei parlamentari

Come si è detto, in questo caso la richiesta ha potuto essere accolta perché sono state raccolte le firme di un quinto dei senatori (ma sarebbero andate bene anche le firme di un quinto dei deputati). In alternativa, per giungere a un referendum ci sarebbe stato bisogno della richiesta inoltrata da almeno 5 consigli regionali o delle firme di almeno 500mila elettori.